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Doha, 4 dic. (Adnkronos) – Le grane bussano alla porta dei negoziati di Doha entrati nella seconda settimana di colloqui. Il problema, potenzialmente esplosivo, è quello del risarcimento che i Paesi sviluppati dovrebbero dare agli altri paesi a titolo di “risarcimento” per i disastri -passati, presenti e soprattutto futuri- che stanno accompagnando il cambiamento climatico.

L’insidia sta nelle pieghe del trattato di Cancun (Messico) del 2010 dove si scrive che si devono “ridurre le perdite ed i danni associati al cambiamento climatico”. Una clausola che secondo l’interpretazione dei Paesi poveri chiama i Paesi ricchi ad assumersi pesanti responsabilità.

In passato il dibattito era infatti su come i Paesi meno avanzati avrebbero dovuto adattare le loro economie ai cambiamenti del clima e come, con l’aiuto dei Paesi più ricchi, ridurre le loro emissioni di Co2. Ora questa diversa lettura apre la porta a conseguenze che potrebbero pesare enormemente sui paesi ricchi che vedrebbero i loro sistemi economici esposti alla richiesta di illimitati ed insostenibili risarcimenti.

Netta chiusura a questa interpretazione è stata subito opposta da Stati Uniti ed Europa, che si trovano a dover fronteggiare uno schieramento di 100 paesi in via di sviluppo, guidati dall’Alleanza dei piccoli stati insulari che, rischiando di sparire dalla faccia della terra sommersi dall’innalzamento degli oceani, sono quelli che pagano il prezzo maggiore del disastro ambientale.

Roma, 4 dic. -(Adnkronos) – Un terzo del cibo prodotto a livello mondiale per il consumo umano viene buttato o perso, così come le risorse utilizzate per produrlo. Le perdite e gli sprechi di cibo a livello globale ammontano a quasi 680 miliardi di dollari nei paesi industrializzati e a circa 310 miliardi di dollari nei Paesi in via di sviluppo. Con questi dati si svolge oggi presso la sede Fao di Roma il convegno “Reducing and Transforming food waste into a resource” che punta proprio ad affrontare il problema dello spreco alimentare, presentando una best practice italiana, Last Minute Market, lo spin off dell’Università di Bologna.

Secondo i dati della Fao, nei Paesi in via di sviluppo, le perdite alimentari riguardano prevalentemente i piccoli contadini. Quasi il 65% di tali perdite si verifica durante gli stadi del raccolto, del dopo raccolto e della lavorazione.

Nei Paesi industrializzati, invece, gli sprechi avvengono nelle fasi della vendita e del consumo. Il valore medio pro capite di sprechi alimentari per un consumatore europeo o del Nord America si attesta tra i 95 e i 115 kg l’anno mentre i consumatori nell’Africa Sub-Sahariana e nel Sud Est Asiatico sprecano annualmente fra i 6 e gli 11 kg di cibo pro capite.

A fronte di questo scenario la Fao ha lanciato nel 2011 la campagna “Save food” che ha l’obiettivo di ridurre l’attuale ammontare di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecate ogni anno per un valore ch si aggira attorno ai mille miliardi di dollari l’anno, in collaborazione con Messe Dusseldorff.

L’iniziativa si basa su 4 pilastri: sensibilizzare sulla questione dello spreco alimentare; avviare sul tema un partenariato globale delle organizzazioni dei settori pubblicoe privato; sviluppare strategie e politiche di riduzione; sostenere programmi di investimento e progetti.

“Lo spreco è uno dei problemi collegati alla povertà: ogni anno, una persona spreca 100 kg di cibo, ed è come se ci fosse un binario parallelo in cui ci sono, da una parte, tutti coloro che sprecano e, dall’altra, tutti coloro che soffrono la fame. Con questa iniziativa di sensibilizzazione noi cerchiamo, se non di costruire un ponte tra queste due realtà, quanto meno di rendere consapevole l’opinione pubblica sulla necessità di rispettare il cibo”. Lo dichiara all’Adnkronos Rita Mannella, della direzione Italiana Cooperazione allo Sviluppo, intervenuta alla sede romana della Fao per presentare la ‘best practice’ italiana di Last Minute Market.

“E’ una battaglia che l’Italia può intraprendere -aggiunge- presentando oggi alla Fao e ai colleghi dei paesi in via di sviluppo questa best practice e dimostrando che su questo tema siamo all’avanguardia”.

Sulla questione delle scadenze degli alimenti indicate sulle etichette dei prodotti “serve una normativa chiara, così come chiare devono essere le procedure che la riguardano, che indichi le responsabilità imputabili all’industria e punisca chi non ottempera la legge”. Così Robert van Otterdijk, rappresentante della Divisione agro- industriale della Fao e team leader per ‘Save Food’.

La Fao, specifica, è alla prima fase di uno studio dedicato alla datazione alimentare, tema considerato tra i fattori dello spreco. “La datazione è uno dei fattori che determinano la trasformazione di un alimento in rifiuto e una giusta regolamentazione sulle date di scadenza può prevenire lo spreco alimentare, coinvolgendo ispettori, industria alimentare, rivenditori e consumatori” . Per questo, aggiunge, “la normativa nazionale deve essere chiara e possibilmente internazionale, in grado di evitare che i cibi scaduti possano essere oggetto di dumping commerciale”.

Sono ben 777 mila i kg di cibo recuperati e 25.700 i pasti ‘salvati’ dalla ristorazione pubblica e privata, senza contare farmaci e parafarmaci per un valore di 100 mila euro. Tanto è stato raccolto solo nel 2011 nella Regione Emilia Romagna che dal 2007 ha adottato il progetto Last Minute Market, oggi attivo su tutto il territorio. A fornire i dati, in occasione del convegno presso la sede romana della Fao, è Maurizio Meucci, assessore Commercio e Turismo della Regione Emilia Romagna.

“Il valore dei prodotti recuperati nel 2011 ammonta a 2milioni e 800 mila euro ed è equivalente a 883 milioni di kilocalorie, cioè 1.260.000 pizze – dichiara Meucci – con il coinvolgimento di 311 enti beneficiari e 25 enti pubblici. Tutto quello che abbiamo recuperato ha avuto anche un impatto ambientale: sono stati, infatti, così evitati 1.543 cassonetti dei rifiuti e 2.500 tonnellate di Co2 e risparmiati 1.650.000 metri cubi di acqua”.

Seconda settimana di negoziati sul clima a Doha, Qatar. Mentre gli sherpa continuano a lavorare sui dettagli per la road map del nuovo protocollo globale da firmare entro il 2015 che impegnerà tutti gli stati membri a tagliare le emissioni, va in scena lo scontro sul destino del protocollo di Kyoto 2. Entro il 1 gennaio dovrebbe entrare in vigore il secondo periodo di impegni per ridurre le emissioni di gas serra, che rimarrà in vigore fino al 2018 o 2020. Il problema principale rimane la questione dell’hot air, aria calda. Niente temperature, il termine si riferisce ad un surplus di certificati emissioni emesse nel mercato dell’AAU (Assigned Amount Unit), un sistema di carbon credit nato con il Protocollo di Kyoto.

Ha avuto inizio oggi a Doha la seconda settimana di negoziazioni alla COP18, con l’arrivo al Qatar National Convention Center di ulteriori delegati che indirizzeranno le discussioni sugli aspetti politici.

La prima settimana, caratterizzata principalmente da meeting tecnici, ha visto un sostanziale stallo nelle negoziazioni per il secondo periodo d’impegno del Protocollo di Kyoto (KP). Canada, Russia, Giappone, Nuova Zelanda e Turchia si sono aggiunti agli Stati Uniti nella lista dei paesi che non vi aderiranno, lasciando così la palla in mano ad Unione Europea (che ha riconfermato il pledge del 20%, già raggiunto nel 2011), Cina ed Australia, con quest’ultima che però ha presentato un obiettivo di riduzione irrisorio: 0,5% di riduzione delle emissioni entro il 2020.
Mantenere in vita il Protocollo di Kyoto è fondamentale, in quanto rappresenta l’unico accordo globale legalmente vincolante in merito a misure di mitigazione.

‘Il futuro di Internet passa per Dubai’ è la frase che ha accompagnato l’apertura della Conferenza mondiale sulle telecomunicazioni internazionali. Negli Emirati Arabi Uniti oltre duemila delegati di 193 Paesi si sono riuniti oggi per negoziare gli aggiornamenti alle Regole internazionali delle telecomunicazioni (Itrs), ossia il documento che regola il funzionamento delle reti a livello internazionale e nazionale, datato tuttavia 1988, epoca in cui internet non era ancora diffuso.

La corsa verso l’alto delle emissioni di CO2 (anidride carbonica) non conosce tregua, e anche nel 2012 la loro produzione salirà, stavolta del 2,6%. Lorivela uno studio pubblicato su Nature Climate Change del Global Carbon Project, un network di scienziati, secondo cui l’obiettivo di tenere l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi con le misure che si stanno discutendo a Doha è sempre meno probabile.

A Doha, Qatar, si avvia verso la fine la prima settimana di negoziati della 18^ sessione della Conferenza ONU (COP18) sul cambiamento climatico, comunemente nota come COP18. Fino al 7 dicembre 193 nazioni discuteranno per trovare un accordo per un trattato internazionale sul cambiamento del clima entro il 2015. La prima settimana vede chiudersi i tavoli tecnici preliminari dove i paesi presentano le rispettive posizioni. «Il negoziato procede lentamente denuncia Mohamed Adow, di Christian Aid, unendosi al coro di Ong del gruppo Climate Action Network (CAN) un network globale di oltre 700 NGOs associazioni che promuovano azioni locali e governative contro il cambiamento climatico ed a favore dello sviluppo sostenibile.

L’obiettivo di azzerare le infezioni da Hiv è raggiungibile, ma servono più sforzi da parte della comunità internazionale. Lo afferma l’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, nel comunicato di presentazione del World Aids Day 2012, previsto per l’1 dicembre. “Zero nuove infezioni da Hiv, zero malattie legate all’Aids, zero discriminazioni per i malati – si legge nel documento – data la situazione attuale dell’epidemia sembra un obiettivo difficile, ma molti progressi sono in corso”.

L’assemblea generale dell’Onu si prepara a votare la risoluzione per il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro, risoluzione che prevedibilmente passerà nonostante l’opposizione di Israele e Stati Uniti. Il presidente palestinese, Abu Mazen, che la scorsa notte si è incontrato a New York con il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e con emissari dell’amministrazione di Barack Obama, guida la delegazione che presenterà formalmente la risoluzione. I palestinesi sostengono di poter contare sul voto favorevole di almeno 140 dei 193 Paesi membri dell’assemblea e confidano di poter raccogliere ancora altri voti prima dell’inizio della sessione plenaria, che comincia alle 16 italiane. La riunione di oggi per far entrare la Palestina come osservatore non membro continua a provocare imbarazzi, prudenze, timori e mezze polemiche. Il voto è previsto per la serata italiana.

Nientemeno che la Banca Mondiale ha allertato sulle conseguenze di una mancata drastica riduzione di emissioni di anidride carbonica ed ha perciò esortato i governi di 119 Paesi riuniti in questi giorni a Doha – la capitale del Qatar che ha l’impronta di CO2 pro capite più alta al mondo, soprattutto a causa del suo petrolio – ad accettare tagli più profondi del previsto per i cosiddetti gas ad effetto serra. Tuttavia, secondo il capodelegazione USA, “gli Stati Uniti non intendono andare oltre il 3% rispetto ai loro obiettivi di emissione”. Al contrario, lo studio britannico del Tyndall Centre suggerisce che il Nord industrializzato dovrebbe fare tagli del 70 per cento entro il 2020, mentre la maggior parte degli altri Paesi dovrebbe fare tagli analoghi, un decennio più tardi.

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